Vienna

Pensieri sparsi sul mio breve soggiorno a Vienna. Attenzione: non li ho riletti. Se fossi in vena di lamor limae li intermezzerei con versi. In particolare Ash Wednesday di T.S. Eliot. Se fossi un lettore poi metterei nelle orecchie l’ultimo disco dei Coldplay, Mylo Xyloto.

In genere quando parto per un viaggio ho aspettative talmente basse che è impossibile rimanere deluso. Così sembra essere stato anche per questo mistico ponte dei morti (o dei santi?), nell’età in cui le prime nebbie cominciano ad alzarsi nei campi la mattina, le prime nebbie cominciano ad addensersi nella mia testa per poi inevitabilmente avere una crisi, più in là, avanti. Ma viaggiare verso nord è sempre stata un’attività gradita al mio animo. Prima o poi conquisterò anche l’est, ma per ora il nord va bene.

Vienna si dice fosse un crogiolo di culture in qualche tempo ormai andato e sicuramente da rimpiangere o forse no. E così mi piace ancora pensarla oggi. Mi immagino Vienna con l’imperatore e il divano di Sigmund, con i vari Haydn, Schubert che suonano agli angoli delle strade come mendicanti qualunque. E un po’ è ancora così dato che arrivi in autostrada e pensi di vedere macchine con targhe austriache? Noooo!Ci sono italiani, ungheresi, cechi, sloveni, tedeschi.

Il traffico austriaco è veloce, ma composto. Le auto sgommano ripartendo al semaforo e curvano senza frenare, ma si fermono anche prima che il pedone manifesti l’intenzione di attraversare la strada. E’ evidente che gli austriaci amano il codice delle strada. Ci sono piste ciclabili dappertutto, e nessuno ci cammina sopra. Gli austriaci sono anche matti per i limiti di velocità. In città li vedi andare tutti a 55 all’ora, precisi come se fossero regolati da un computer centrale, come se fossero semplicemente appoggiati ad un nastro trasportatore. Ogni tanto c’è qualcuno che va a 57, e supera. 

Nei pezzi di autostrada in cui per qualche motivo c’è un limite più basso (100 all’ora), per quanto siano minuscoli (tempo di entrare e uscire da una galleria), l’austriaco frena, raggiunge la velocità di crociera di – l’hai indovinato – 105, e non appena passa il cartello che abolisce il limite precedente, apre a tutta finché non arriva ai 130.

Arrivo in albergo desideroso di mettere alla prova il mio tedesco, magari evitando di impappinarmi completamente alle prime tre parole come peraltro feci alla prima volta a Londra, suscitando la comprensibile ilarità dell’immigrato indiano alla reception (quale disonore). Tra una cosa e l’altra riesco anche a farmi dare la password della connessione wi-fi. Collego il telefono assetato di dati come un cane nel deserto lo è di acqua e subito un’invadente notifica turba il mio tranquillo principio di viaggio: “Risultato finale: Chelsea-Arsenal 3-5”. MA RAGAZZI, MI VOLETE MORTO? Cos’è successo a Stamford Bridge? Cosa avete combinato? Sono risultati che vanno metabolizzati piano piano, non li posso digerire così, tutto in un boccone.

Esco ad esplorare il centro. C’è poca gente in giro, nonostante sia una capitale. Mi pare di aver pensato lo stesso riguardo a Lubiana. Cinque minuti di strada e sono davanti all’imponente municipio. Evidentemente i miei non hanno studiato molto di storia medievale, perché subito si chiedono se il municipio fosse, chessò, un’ex-chiesa. Nono, rispondo io guardandoli stralunato, è sempre stato un municipio. Loro mi guardano ancora più stralunati. E’ un momento di stallo. Sono stato a Monaco, Amburgo… Son tutti così, capite quanto possono essere matti i mercanti protestanti. Non sono ancora molto convinti.

Un po’ più tardi, mentre ne ammiro ancora i pinnacoli, vengo avvicinato da un vecchio signore: “Entschuldigen Sie, ist dieses das Stephansdom?”. Un altro che l’ha scambiato per una chiesa. Sarò io quello matto.

L’illuminazione stradale qui è gialla al punto giusto e molto soffusa. Se uniamo ciò alla abituale nebbiolina serale, al bianco pulito dei palazzi e al verde del rame ossidato delle guglie e dei campanili, ne risulta un’armonia di colori che non diresti possa venire altrimenti che da un mondo fantastico di imperatori e principesse. Sono nella piazza davanti all’Hofburg, la residenza degli Asburgo. Gli urbanisti di tutto il mondo (ammesso che ne esistano ancora) dovrebbero venire qui, distillare quest’atmosfera e riprodurla in tutto il mondo. Anche i legislatori che riempiono di lampioni le strade e vogliono i fari accesi anche di giorno: per rendersi conto della semplice realtà che di notte, con molta luce, si vede poco. Con poca luce, si vede molto.

Da un portone dell’Hofburg esce qualche persona. Sono le sette passate. Metto il naso dentro. C’è la “biblioteca nazionale”. Non dev’essere male venire a studiare nella casa dell’imperatore. Di sicuro meglio di piazza Mercato a Marghera.

La piccola rotondina trilobata che costituisce il centro del centro di Vienna, da una parte l’Hofburg e dall’altra la via più commerciale della città, è gremita di sabato pomeriggio. Al centro, un uomo, giovane e vestito elegante, suona il violoncello. Appoggiati a una muretta, una cinquantina di turisti lo ascoltano intentamente. Una ragazza lo guarda rapito. Uno che era uscito a pattinare si improvvisa qualche figura mentre fa lo slalom tra i passanti. Ecco la Vienna che volevo.

Ecco la Vienna che volevo. Ecco la Vienna che… Ecco la… Come non detto. STA… STAR… STARB… No non può essere. Non può essere. Sì, è proprio così. C’è uno Starbucks. Lì, nel centro del centro. E non sarà l’ultimo. Alla fine della gita, ne avrò visti almeno altri tre.

Italiani ovunque, italiani anche qua. Donna che parla e si lamenta: “Pecccché a MMilano c’è la Rinascente… Là trovi tutto… Qua non c’è la Rinascente”. Potevi startene a RRRegggiocalabbria e non venire a rompere i maroni qua.

Gli austriaci sono matti per il codice della strada, ma adesso so che sono matti anche per la camminata sportiva. Li vedi arrivare, a volte soli ma spesso anche a coppie, marito e moglie o semplicemente morosi, cuffie nelle orecchie e ipod nano clippato alla maglia, aderente e in tessuto tecnico. Pantaloni lunghi attilati, fascia per le orecchie e talvolta guanti. Scarpe da corsa. Ma camminano. Camminano. Un po’ veloce sì, ma – che diamine – camminano.

Verso le nove le vie del centro si affollano. Era ora. C’è comunque meno gente che in una qualsiasi città italiana, ma ce n’è. Un uomo si mette a suonare la chitarra davanti alla vetrina di un negozio. E’ questa la Vienna che conosco. Sento provenire delle urla da più avanti. Degli sbraiti. Cammino. Mi avvicino. C’è un uomo, o meglio dire ex-ragazzo, con la chitarra al collo che canta, stempiatura avanzata e capelli pettinati all’indietro con la brillantina. Di fronte a lui, un gruppo di quattro cinque sostenitori casuali che canticchiano e battono le mani. Pian piano le urla prendono forma e chiarezza e mi permettono di intendere. Sta cantando i Credence Clearwater Revival. Non ci posso credere. Mi stropiccio un po’ gli occhi, ma lui cambia canzone. E’ The House of the Rising Sun. Mio papà: “Ma questa è dei miei tempi… La cantavo con la chitarra. Che strano, quel tipo è giovane”. Guarda meglio, papà, guarda meglio.

Vicino all’Hotel Sacher, o meglio stretto tra l’Hotel Sacher e il Cafè Mozart, di fronte al teatro dell’opera, c’è un negozio di vestiti. Vendono bastoni da passeggio e ombrelli in abbondanza. C’è anche l’Acqua di Parma. Serietà.

Dietro all’Albertina, che è un palazzo sempre sede di esposizioni di quadri, c’è un parco con una serra. Imponente solo come avevo visto nel film di Batman. Parcheggiata davanti alla serra, una Citroen d’epoca. Mio papà fa una serie di apprezzamenti. Io annuisco ma un po’ nicchio. Dopodiché mi accorgo di una cosa. Il volante. Ha una razza sola. Favolsa favolosa.

Di nuovo alla rotondina trilobata. Passa un chopper. Un vero chopper. Tre ruote: quelle posteriori da almeno 300, a occhio. Un tamarro austriaco ben piazzato in mezzo. Sull’asse posteriore, una cassa di legno. Di almeno ottanta centrimetri. Dentro, un cane che guarda fuori curioso i turisti.

Sera sulla Kärtnerstraße. Un mimo, di quelli che stanno fermi fermissimi tutto il giorno, si è appena sfilato il suo costume. Avrà circa sessant’anni. Ha ripiegato tutto dentro una valigietta dagli angoli consumati e piena di adesivi, non tutti ormai ancora attaccati perfettamente. La faccia è ancora truccata. Così, con la valigia in mano fissa il suo angolo di lavoro, il suo quadrato di pavimentazione, come se dovesse controllare di aver preso tutto. Di non essersi dimenticato qualcosa. Poi guarda i passanti. Poi ancora il pavimento, per lunghissimi secondi. Sempre fermo sullo stesso posto, come se non avesse davvero voglia di smontare e andare a casa, come se la giornata fosse stata troppo breve, come se volesse lasciare lì la sua ombra ancora per tutta la notte. Io passo a fianco a lui. Cerco di incrociare il suo sguardo, ma non lo trovo. Vado avanti una ventina di passi, mi giro. E’ ancora lì. Altri venti passi, mi giro di nuovo. Ancora non si è mosso da quell’angolo di Kärtnerstraße.

Schönbrunn è il crogiolo dell’imbuto dei turisti di tutta la Mitteleuropa. È perciò un posto dove provo sofferenza solo a starci, in questo lunedì 31 ottobre. Sono modernizzati e organizzati per visite in massa di folle ansiose di stupirsi delle stupide sale degli imperatori. Macchinette per i biglietti, depliant e commesse che parlano multiple lingue, indicazioni ovunque su come incanalarsi in coda e su che percorso seguire. C’è persino il wifi gratuito su tutta la residenza. Quest’ultima cosa, confesso, mi piace. 

Ad ogni modo sono gli aspetti della vita privata quelli che più mi interessano. La risposta alla domanda: cosa vuol dire essere imperatore? 

Franz Joseph e Sisi si sposano nel 1861, con lei ancora quindicenne e nel fiore degli anni, in una fase di alta manipolabilità. Dal 1871 dormono in camere separate. Pensavo che fosse perché, in effetti, a 25 anni la fase di decadenza è ormai iniziata, e l’imperatore volesse liberarsene per poter accedere a più giovane compagnia. 

Inoltre vengo a sapere che Sisi teneva molto alla sua linea, e che periodicamente si sottoponeva a fasi di digiuno per dimagrire. Questo è un altro segno che si sente in dovere di rimanere in forma per il suo marito alpha, vero?

E invece no. Nonostante l’imperatore amasse perdutamente Sisi, questo amore non ed ricambiato, come si evince dai suoi diari. Alla luce di tutto ciò ella si teneva magra per l’istinto di combattere l’età ed essere pronta per la venuta di un uomo migliore nella sua vita. Cosa che non sarebbe mai potuta accadere, peraltro. Scopro anche che, a tavola, mangiavano sempre l’uno di fronte all’altra. Terribile. Morale della favola: puoi essere anche l’imperatore con il regno più grande del mondo, ma se non sei alpha, non lo sei. 

Come lavorava sua maestà? Sembra che passasse gran parte del suo tempo seduto alla scrivania, a lavorare fino a sera sulle carte dell’impero. La sua giornata cominciava invece con la sveglia alle 5 del mattino. È evidente a chiunque che l’imperatore, pur pieno di buona volontà, non sapeva fare bene il suo mestiere. Se hai da lavorare, ogni giorno, fino a notte fonda, significa che sei tu a costituire un collo di bottiglia per il funzionamento della macchina statale. Avrebbe dovuto cominciare dallo scegliersi un gruppo di collaboratori fidati, e delegare. 

Per visitate le residenze imperiali ti forniscono gratuitamente di una specie di ricetrasmittente. Per audioguidarti. Bello. Ascoltare le voci registrate è sempre divertente. Alla fine del tour, ho preso il foglio di valutazione della visita. L’ho compilato. Ho scritto, voglio Siri. 

Negozio di Schönbrunn. Bibbbite caramelle palle di Mozart ovunque. Vari oggetti di pessimo gusto. Un cd di musica classica ha il seguente titolo: Don’t get stressed, get Straussed.

La via con i migliori negozi di Vienna, il Grauben, ha palazzi antichi, palazzi nuovi, e palazzi antichi restaurati. Uno di questi ultimi, ha delle alte vetrine con fondo scuro. Cornice in oro, marmi verde scuro a completare la facciata. Portone imponente in legno. Dentro venda una marca di abbigliamento. Hermés? Louis Vuitton? No, H&M.

Blessed sister, holy mother, spirit of the fountain, spirit of the garden,
Suffer us not to mock ourselves with falsehood
Teach us to care and not to care
Teach us to sit still
Even among these rocks,
Our peace in His will

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