Disumanità

A lungo ho osservato con stupore l’evidente assurdità dei giorni nostri. Tra le tante, mi stupivo di come persone assolutamente prive di verità nella loro vita, impegnate a difendere aborto, divorzio, contraccezione, edonismo e utilitarismo su larga scala, insieme ad altre impregnate della peggiore xenofobia, potevano trovarsi d’accordo nel provare amore irrazionale verso gli animali.
Chiaro, il diavolo deve passare per puro (altrimenti come agirebbe su questo mondo, qualora tutti potessimo dire “eccolo, è là?”), per cui si sceglie degli ambiti, evidentemente marginali, in cui essere puro; indi li eleva a grande importanza onde l’umanità ne sia distratta. Chiusa la parentesi metafisica.

Negli ultimi giorni hanno fatto grande scalpore rimbalzando nel web due video. Nel primo una vecchietta cestinava un gatto domestico. Nel secondo una ragazza si divertiva a scagliare in un fiume cuccioli di cane. I commenti su Facebook si sprecano. Cito: “La uccido con soddisfazione personale!”, “che gente di merda che c’è a sto mondo!”, “avrei preferito vedere lo stesso video a parti invertite e farmi una grassa risata!”, “Pena di morte per chi maltratti gli animali”. Sono azioni indegne, eppure non sono più gravi che manipolare un embrione. Eppure, mentre il coro in difesa dei nostri migliori amici è unanime e dai toni forti, quello in difesa degli embrioni è sparuto e sommesso.

Qual’è la ragione di tanto amore e di così tanta violenza? Come mai agli animali è attribuita un’umanità tale, che alcuni giustificano la pena di morte in loro difesa? A lungo ho cercato una risposta senza trovarla.

Come persona non odio nè amo gli animali. Li considero parte del nostro ambiente, ottimo strumento, godevole compagnia, piacevole pasto. Ho trovato l’approccio più sensato e rispettoso alla questione animale quello di Roger Scruton (Gli animali hanno diritti?, 2008). Non mi dilungherò molto sulle sue argomentazioni, piuttosto sintetizzo di risultati: gli animali non hanno diritti, siamo noi ad avere dei doveri verso di loro. Uno dei modi migliori per amarli è cacciarli (rispettando la riproduzione) e mangiarli, oppure allevarli (con la massima cura) e mangiarli.

Ma tornando alla mia domanda: come mai agli animali è attribuita una tale umanità? Tutto mi è stato all’improvviso chiaro leggendo l’ultimo libro di Nicholas Carr. Quel tipo tosto racconta di ELIZA, un semplicissimo programma che simulava uno psicoterapeuta rogeriano. Fu scritto da Joseph Weizenbaum del MIT nel 1966. Per ovviare al fatto che un programma che debba sostenere una conversazione con un essere umano deve avere una seppur minima conoscenza del mondo (e quindi un database), Weizenbaum scelse la psicoterapia: il programma risponde con domande o affermazioni “open loop” che non aggiungono nessuna informazione al contesto, ottenute solo rielaborando la frase precedentemente immessa dall’utente. Una tipica conversazione può suonare così:

“Oggi sono stanco”
“Come mai sei stanco?”
“Ho avuto noie al lavoro?”
“Ah al lavoro…”
“Sì, quel progetto della torretta portautensile mi sta dando più noie del previsto”
“Dimmi di più sulla torretta portautensile”

E così all’infinito. La cosa che sconvolse Weizenbaum è il coinvolgimento con cui le persone si trovavano a conversare con ELIZA. Stentavano a credere che non ci fosse una persona a rispondere ai loro messaggi. O meglio, lo sapevano, ma per loro era difficile da comprendere. Addirittura la segretaria di Weizenbaum, a cui aveva dato il programma da sperimentare, si rifiutò di mostrargli la conversazione perché aveva raggiunto argomenti troppo intimi.
Da ELIZA agli animali il passo è breve. Se è possibile proiettare sentimenti umani di empatia, amore, fiducia verso poche righe di codice per il solo fatto che si esprimano nel tuo linguaggio, sarà molto più facile farlo verso gli scodinzolanti migliori amici dell’uomo. Eppure per loro non esiste nulla di ciò.

 

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