Nulla Salus Extra Ecclesiam
Lettera sull’assemblearismo studentesco ai miei carissimi entusiasti: "Cari compagni,
Io personalmente all’ultima assemblea (la prima di quest’anno ndr) c’ero e, salvo pausa ristoratrice, ci sono rimasto a lungo. Ma a lungo sono rimasto anche a guardare il lento scorrere del tempo autogestito sul quadrante dell’orologio. Cosa volete, nel mio basso relativismo un candidato vale l’altro, una lista vale l’altra (tanto nessuno fa mai niente), e mi basta essere sicuro di non votare per quello che parla terribilmente politically correct (ma così politically correct che per poco non rimettevo sul posto). Così ho passato il mio tempo ingegnandomi in attività ricreative, per quanto era possibile. E confesso di aver odiato ognuno che, al microfono, sviscerava le sue perplessità sui vari programmi (come se poi realmente cambiasse qualcosa).
Bisogna dire che rispetto alle puntate precedenti c’era una qualche di novità nell’aria, si percepiva un salto di qualità: il servizio d’ordine! Che bellissimo strumento! Nonostante sia quanto di meno auspicabile in una società come la nostra, mi trovo a sostenere questa specie di polizia di partito. Devo essere grato a loro se chi voleva starsene davvero in sacrosanta pace non è stato disturbato dal via vai di gente per i corridoi. Sono stato addirittura un po’ invidioso di questi signori: loro, a differenza mia, avevano qualcosa di attivo da fare, e magari grazie a quest’immunità temporanea hanno anche potuto prendere in giro chi aveva qualcosa da obiettare parlando con voce impostata e usando frasi fatte del tipo “signora-ci-lasci-lavorare” o “io-eseguo-gli-ordini”.
Però, forse questi accalappiacani non si rendono conto che, loro stessi, nel loro costituirsi, suonano la campana a morto per l’assemblearismo studentesco: se, nonostante loro, nonostante il checkpoint all’uscita della palestra, si dice che i presenti (fisicamente) non erano nella percentuale auspicabile, allora non possiamo che decretare il fallimento di questo modello. Che d’altronde è anacronistico: un pezzo di XX secolo che per caso si viene a trovare nel XXI; e come la grande maggioranza dei modelli del secolo scorso, presenta lo schema della guerra fredda: per il proprio funzionamento necessita di un nemico. Per cui è concepito per elaborare sempre qualcosa di oppositivo, mai di propositivo o di autonomo. E venuto meno il nemico, casca il palco e si svuotano le palestre.
Ora questo che dico è bellissimo, me ne compiaccio io medesimo, peccato abbia un trascurabile difetto: non è vero. Non è vero perché la lotta contro il vuoto pneumatico delle palestre d’istituto è da sempre. Non è vero perché non c’è mai stata nessuna età dell’oro: finita l’eccitazione iniziale post sessant’otto, la situazione è rimasta stabile e le palestre vuote, così come le vediamo oggi. Nessuna corruzione dei costumi, nessun decadimento della società; solo forse trent’anni fa nessuno ci faceva caso, oggi si.
Allora, i tentativi di rilanciare la baracca sono pietosi e inutili, varrebbe la pena di rendersi conto che il sistema, così com’è fatto, non ha nessuna possibilità di portare a un risultato di qualsiasi tipo. E’ da riformare, e per fare questo non basterà un rappresentante d’istituto seppure geniale (ammesso sempre che sia un posto ambito dalle persone più capaci), che al massimo potrà dare un’apparenza di lucidità alla ferraglia (e d’altronde cos’altro potrebbe fare, dire “le-assemblee-sono-fallite-andiamo-tutti-a-casa”?).
Ben venga chi richiama (voce di uno che grida nel deserto!) ad un maggiore interesse, coinvolgimento, ad almeno un po’ di passione e orgoglio insomma. Indubbiamente fa bene, e chissà che a forza di martellare qualcosa non si ottenga, ma non illudiamoci troppo: forse si potrà solo far passare uno di quelli che disertano le assemblee tra quelli che, parlando al microfono, le palestre le fanno svuotare.
Allora c’è sempre la seconda della due vie: accettiamo che le cose stanno così e non roviniamoci oltremodo il fegato se a nessuno frega qualcosa di quello che sta parlando al microfono. In fondo, ho diciassette anni io, posso permettermi di non prendere le cose seriamente, di non prendere la baracca in cui sono seriamente. Ci sarà di sicuro un tempo per prendere le cose sul serio e un tempo per occuparsi di cose serie, certo, ma ora non è il mio. Ancora non è tempo di turbare l’universo anche da parte mia. Poi, le ore di scuola si perdono comunque, palestre piene o vuote. E allora, qual è il problema?
Lo so, è una risposta quantomai relativista e per questo mi sto odiando."

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