Apprendimento dinamico

Robert Dilts, uno tra i più classici degli autori di PNL, ha affrontato il tema dell’apprendimento alla luce degli strumenti della Programmazione Neurolinguistica. Ne sono usciti una serie di conferenze negli anni ’90 e un libro. Ho comprato il libro. Si chiama Apprendimento Dinamico. Dal titolo può sembrare una di quelle cose fumoso. Invece no.

L’apprendimento è detto dinamico nel senso che il suo obiettivo è in realtà lo sviluppo della capacità di imparare a imparare. Ciò significa comprendere i propri processi mentali di apprendimento e quelli altrui, formarsene una metacognizione (parola che tanto piace agli autori) col fine riuscire a migliorarli. E’ ovvio (e dovrebbe sconcertare che sia così ovvio) che nelle scuole non si insegna a imparare, non si insegna a studiare, non si insegna ad avere cognizione delle proprie capacità. Qualche volta forse un insegnante dà dei consigli. Il che è già qualcosa, ma è come dare al bambino affamato un pesce, e non insegnarli a pescare. Altre volte invece l’insegnante spiega il proprio metodo di apprendimento (“facciamo una lezione su come si studia”), che è un sistema che di sicuro funziona per lui, ma non è detto che funzioni anche per le altre persone o che non possa esistere qualcosa di meglio.

Perché succede tutto questo? Perché non si insegna a imparare? Semplicemente perché l’insegnante ha fatto molta fatica a imparare quello che ha imparato, e vuole che gli studenti facciano altrettanta fatica. Non ha nessun vantaggio psicologico a rendere le cose semplici. Ma a riguardo, le stesse parole di Robert Dilts e Todd Epstein sono di sicuro più efficaci delle mie:

“La stessa cosa può succedere agli insegnanti. Si creano la convinzione che, in quanto tali, devono occupare la parte anteriore dell’aula, possono agire solo in un modo e avere soltanto certi tipi di interazioni. Credono che, se fanno qualcosa che esula dai comportamenti prescritti, non sono più “insegnanti”. Se ci vengono date più alternative di interazione, ma quelle stessse alternative sono limitate dalle nostre credenze su ciò che un insegnate è consentito fare, sono proprio quelle credenze a legarci le mani. Non è vero che non abbiamo alternative con gli studenti, è che le nostre convinzioni ci dicono: ‘Quella porta non si apre. Non ti è permesso varcare quella porta, perché un insegnante non può agire in quel modo’.”

“Un libro intitolato The One Minute Manager costituisce un ottimo esempio per illustrare questa posizione: vi si parla di un manager che va a parlare con l’insegnante del figlio, che ha qualche problema scolastico. Durante il colloquio, il padre mette in evidenza che, in quanto manager, ha scoperto quanto sia importante per una ditta che tutti i dipendenti riescano a portare a termine con successo i propri compiti; racconta anche di avere scoperto che, fornendo ai propri collaboratori obiettivi e strumenti di verifica chiari, si ottengono migliori risultati. Suggerisce poi all’insegnante di presentare ai bambini le domande dell’esame finale all’inizio dell’anno scolastico, di modo che possano sapere cosa sarà importante, per quale scopo studiare e come valutare i propri progressi.

L’insegnante rimane disorientato e sbalordito e risponde: “Non posso fare questo. Così otterrebbero tutti il massimo dei voti!”. Una risposta del genere sottintende che il problema sollevato dal suggerimento del manager è proprio questo: tutti andrebbero bene a scuola e la scuola smetterebbe di funzionare come un filtro. […] Anziché sulla capacità di pensare in modo creativo o produttivo, si viene esaminati in base al grado di accettazione e comprensione dei valori e dei presupposti del sistema.”

Inoltre una cosa fondamentale su cui la maggior parte delle insegnanti non è stata istruita (e non ha l’iniziata per istruirsene) è la stratificazione dei livelli di apprendimento. Partendo dal più terreno e risalendo al più etereo, possiamo elencare: ambiente, comportamento, capacità, valori-motivazione, identità. Gli insegnanti (a parte rare eccezioni) non riescono a identificare i problemi che vanno al di là del comportamento. Correggendo un compito indicano all’alunno cosa ha fatto bene e cosa ha sbagliato, ma non gli spiegano mai la cosa più importante: come modificare i propri processi mentali (le capacità) per portare a termine in maniera effice il compito. Forse qualche insegnante ha fatto un fumoso corso dove si insegna a motivare in qualche modo, più o meno efficace, gli studenti; ma dalla mia esperienza più o meno tutti falliscono miseramente nel far superare i problemi di valori (“non vedo perché dovrei imparare x”). Figuriamoci poi quelli di identità (“Non sono bravo in x”). Ancora di più perché a volte i problemi di identità riguardano proprio l’insegnante stesso. Io stesso riconosco di avere avuto, più volte nella mia vita, difficoltà ad imparare qualcosa perché odiavo l’insegnante, e quindi se fossi diventano bravo in quella materia mi sarei reso simile a lui.

Una cosa che poi nel nostro mondo e quindi anche nel sistema scolastico è decisamente sopravvalutata è l’impegno (o la volontà) rispetto alla strategia (quindi le capacità):

“Spesso il feedback che forniamo agli studenti consiste nel dir loro dove sbagliano, quello che non ci piace o che non dovrebbero fare. Anziché procurare loro una strategia più efficace, diciamo agli allievi: ‘Non ti stai impegnando abbastanza’. ”

E questo è il fallimento dell’istruzione. E’ il fallimento del processo di prendere quello che di buono è stato inventato e renderlo alla portata di tutti. Nelle scuole viene coltivato il mito dell’intelligenza, viene detto che se c’è qualcuno che è naturalemente più bravo rispetto agli altri non c’è nulla da fare, se non compensare le differenze con una maggiore profusione d’impegno. Strategia che, come è sotto gli occhi di tutti, è destinata al fallimento. Viene tenuto nascosto il piccolo grande segreto delle strategie, il fatto che queste si possano modellare da chi è più bravo e riprodurre.

Ci sono anche le prove sperimentali. Un paio di studi controllati hanno dimostrato che la tecnica di spelling (il case study più ecclatante portato nel libro) desunta dal modellamento e dalla PNL ha portato un miglioramento nei test del 25% a breve termine e del 15% a lungo termine (si parla sempre di bambini). Inoltre, l’adozione di un sistema di apprendimento basato sulla PNL in una scuola elementare della Pajaro Valley con serie difficoltà (un’elevata percentuale di bambini ispanici), l’ha trasformata in due anni nella seconda miglior scuola del distretto. E la più brava insegnante di spelling era una bambina di 11 anni.

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