Cézanne negli ultimi anni della sua vita ritorna al paesaggio che aveva coccolato nella sua infanzia, quella vallata e quel monte un po’ sbilenco che si inquadravano dalle finestre del paese, quasi a definire la loro naturale predisposizione a essere dipinte. Numerosi sono i paesaggi, ma non hanno nulla a che fare con le serie impressioniste come la cattedrale di Rouen di Monet. Cézanne vuole invece sperimentare e continuare a sperimentare nuovi metodi per rappresentare la prospettiva, la palpabilità dell’aria, lo spazio della vallata, il cielo che recede e che si unisce alla terra. Non si riescono a distinguere le singole case o gli alberi che compongono il paesaggio, ma quello che è rappresentato è già la sensazione visiva, mediata dal nostro cervello. Sul quadro noi non vediamo il paesaggio, ma quello che del paesaggio si stampa nella nostra memoria. E’ la coscienza, la mente rappresentata su tela. Un’anatomia, una vivisezione, persino brutale. Le pezzature di colore da sole non rappresentano nulla, non accennano nessuna figura nè oggetto, e ogni cosa definisce in relazione alle altre. Sono i rapporti tra le pennellate e la loro posizione reciproca che dà senso al quadro. Prese singolarmente, ma anche preso un particolare del quadro avulso dal resto, non avrebbero alcun significato. Cielo e terra poi si compenetrano, quasi che uno fosse lo specchio dell’altro. Tocchi di azzuro tra i campi e di verde nel cielo. E la palpabilità, quasi pesante, dell’aria, che non è difficile sentire se prendiamo un po’ di distanza dal quadro e socchiudiamo gli occhi, come abbagliati dalle prime luci del mattino aprendo gli scuri a questo paesaggio bucolico. E’ il tempo perduto di Paul Cézanne.

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