E lo Spiegel è di sinistra
“Die spannendste Zeitung Italiens”, il più eccitante giornale italiano. Questo il Foglio secondo l’antico e importante settimanale tedesco Der Spiegel. “Il Foglio è il giornale del lusso giornalistico e delle mode intellettuali. Una mescolanza stimolante delle ‘taz’, delle ‘Faz’- Feuilleton e dell’Osservatore Romano. Vi si possono leggere due pagine fitte sul genio calcistico dell’attaccante Roberto Mancini accanto alla istruzione ‘Dominus Jesus’ della Congregazione per la dottrina della fede. Ha una pagina sulle carceri e la migliore cronaca nera del paese”.

Alexander Smoltczyk
(Der Spiegel, 28 novembre 2005)

Mi sorprende che D’Annunzio sia riuscito a scrivere una cosa del genere, mi ha sempre sorpreso. Letta in una qualche sorta di metrica dev’essere stupenda da ascoltare. Una della poche liriche italiane che sempre mi stupisce.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

[…]

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Nulla Salus Extra Ecclesiam
Lettera sull’assemblearismo studentesco ai miei carissimi entusiasti: "Cari compagni,
Io personalmente all’ultima assemblea (la prima di quest’anno ndr) c’ero e, salvo pausa ristoratrice, ci sono rimasto a lungo. Ma a lungo sono rimasto anche a guardare il lento scorrere del tempo autogestito sul quadrante dell’orologio. Cosa volete, nel mio basso relativismo un candidato vale l’altro, una lista vale l’altra (tanto nessuno fa mai niente), e mi basta essere sicuro di non votare per quello che parla terribilmente politically correct (ma così politically correct che per poco non rimettevo sul posto). Così ho passato il mio tempo ingegnandomi in attività ricreative, per quanto era possibile. E confesso di aver odiato ognuno che, al microfono, sviscerava le sue perplessità sui vari programmi (come se poi realmente cambiasse qualcosa).
Bisogna dire che rispetto alle puntate precedenti c’era una qualche di novità nell’aria, si percepiva un salto di qualità: il servizio d’ordine! Che bellissimo strumento! Nonostante sia quanto di meno auspicabile in una società come la nostra, mi trovo a sostenere questa specie di polizia di partito. Devo essere grato a loro se chi voleva starsene davvero in sacrosanta pace non è stato disturbato dal via vai di gente per i corridoi. Sono stato addirittura un po’ invidioso di questi signori: loro, a differenza mia, avevano qualcosa di attivo da fare, e magari grazie a quest’immunità temporanea hanno anche potuto prendere in giro chi aveva qualcosa da obiettare parlando con voce impostata e usando frasi fatte del tipo “signora-ci-lasci-lavorare” o “io-eseguo-gli-ordini”.
Però, forse questi accalappiacani non si rendono conto che, loro stessi, nel loro costituirsi, suonano la campana a morto per l’assemblearismo studentesco: se, nonostante loro, nonostante il checkpoint all’uscita della palestra, si dice che i presenti (fisicamente) non erano nella percentuale auspicabile, allora non possiamo che decretare il fallimento di questo modello. Che d’altronde è anacronistico: un pezzo di XX secolo che per caso si viene a trovare nel XXI; e come la grande maggioranza dei modelli del secolo scorso, presenta lo schema della guerra fredda: per il proprio funzionamento necessita di un nemico. Per cui è concepito per elaborare sempre qualcosa di oppositivo, mai di propositivo o di autonomo. E venuto meno il nemico, casca il palco e si svuotano le palestre.
Ora questo che dico è bellissimo, me ne compiaccio io medesimo, peccato abbia un trascurabile difetto: non è vero. Non è vero perché la lotta contro il vuoto pneumatico delle palestre d’istituto è da sempre. Non è vero perché non c’è mai stata nessuna età dell’oro: finita l’eccitazione iniziale post sessant’otto, la situazione è rimasta stabile e le palestre vuote, così come le vediamo oggi. Nessuna corruzione dei costumi, nessun decadimento della società; solo forse trent’anni fa nessuno ci faceva caso, oggi si.
Allora, i tentativi di rilanciare la baracca sono pietosi e inutili, varrebbe la pena di rendersi conto che il sistema, così com’è fatto, non ha nessuna possibilità di portare a un risultato di qualsiasi tipo. E’ da riformare, e per fare questo non basterà un rappresentante d’istituto seppure geniale (ammesso sempre che sia un posto ambito dalle persone più capaci), che al massimo potrà dare un’apparenza di lucidità alla ferraglia (e d’altronde cos’altro potrebbe fare, dire “le-assemblee-sono-fallite-andiamo-tutti-a-casa”?).
Ben venga chi richiama (voce di uno che grida nel deserto!) ad un maggiore interesse, coinvolgimento, ad almeno un po’ di passione e orgoglio insomma. Indubbiamente fa bene, e chissà che a forza di martellare qualcosa non si ottenga, ma non illudiamoci troppo: forse si potrà solo far passare uno di quelli che disertano le assemblee tra quelli che, parlando al microfono, le palestre le fanno svuotare.
Allora c’è sempre la seconda della due vie: accettiamo che le cose stanno così e non roviniamoci oltremodo il fegato se a nessuno frega qualcosa di quello che sta parlando al microfono. In fondo, ho diciassette anni io, posso permettermi di non prendere le cose seriamente, di non prendere la baracca in cui sono seriamente. Ci sarà di sicuro un tempo per prendere le cose sul serio e un tempo per occuparsi di cose serie, certo, ma ora non è il mio. Ancora non è tempo di turbare l’universo anche da parte mia. Poi, le ore di scuola si perdono comunque, palestre piene o vuote. E allora, qual è il problema?
Lo so, è una risposta quantomai relativista e per questo mi sto odiando."

Ho comprato oggi questo libro, nell’edizione italiana appena tradotta. E’ ben fatto, ha parecchi dati anche… ad esempio sto leggendo adesso tutte le varie etichette con cui è stato distribuito il singolo di Heart Shaped Box, poi prende le canzoni e ne parla una ad una, alla fine del libro ha anche delle brevi presentazioni di coloro che hanno collaborato con la band e persino degli studi di registrazione. E ci sono pure delle foto a colori piuttosto rare, che non guastano.
Ha il difetto però di essere stato scritto prima dell’uscita di With the Light Out, e quindi è senza tutte quelle bellissime indicazioni che c’erano nel libretto. Comunque vale i 15 euro spesi, contando anche che ha la copertina rigida.


E’ stato un piacere ascoltare il cardinal Scola, come prevedibile. Peccato, mi rendo conto che pochi l’avranno ascoltato e ancor meno capito ma ha fatto un bel discorso, appassionato, senza riduzionismi nè semplicismi, non risparmiando qualche trucco di oratoria. Diceva il grande Agostino: "Dio ha creato te. Ma senza te, Dio non può salvare te, senza te".

Ok, una cosa da scrivere l’ho trovata subito. Che Della Valle non si sogni più di montare i suoi soliti discorsi su Galliani, gli arbitri, la lega, di qua di là – ecc ecc –  dopo la partita di oggi. Gli sputo in un occhio altrimenti.

Pensavo a cosa si propone di essere questo blog. E’ un blog politico? No, io crede che no. Sarebbe molto squallido per quello che posso scrivere io. E allora ci devo mettere solo gli articoletti che scrivo? No, io crede che no. E sono tipo da scrivere quello che ho fatto il giorno prima? No, io crede che no.
Allora vedrò di trovare una soluzione a questa domanda esistenziale. Adesso vado a pellegrinare per la Madonna della Salute. E ad ascoltarmi il cardinal Scola, che è sempre una cosa piacevole.

Scritto da sé medesimo, 1871
I nostri ridicoli manuali della scuola dell’obbligo ci delineano la figura di Charles Darwin come quella di un ragazzo a modino, che serbava in cuore la sua idea di Evoluzione, costretto a lungo a un silenzio preventivo per paura di essere sbranato dai fissisti cattivi. Purtroppo, chiunque abbia letto anche solo pochi stralci dalle sue opere sa bene che non è così. Darwin era innanzitutto uno scienziato molto sui generis: il compianto Ernst Mayr (tra gli evoluzionisti più sfegatati) ci ricorda come nell’Origine delle Specie si intreccino cinque teorie diverse, tra le quali, nella foga divulgativa, non viene mai fatta una rigorosa distinzione. Oltretutto, l’attuale teoria sintetica dell’evoluzione, stabilita con un compromesso nel 1947 dal Convegno di Princeton dopo che a lungo la genetica aveva mosso vibranti proteste, è molto diversa da quella originaria di Darwin: nonostante tutte le lettere che il buon Mendel gli mandava, il nostro sapientone si permetteva sistematicamente di ignorarle.
Ce ne sarebbero di aneddoti carini da raccontare. Nella sua bellissima autobiografia, Darwin racconta di aver mandato una propria foto a un setta di psicologi seguaci della frenologia, i quali gli avrebbero consigliato di intraprendere la vita ecclesiastica: “La forma del mio cranio era stata argomento di pubblico dibattito, e uno degli oratori aveva dichiarato che avevo il bernoccolo sacerdotale tanto sviluppato da bastare per dieci preti”. Non dice poi come abbia accolto il responso, però sembra evidente che prestasse molta attenzione alla sua testa, come leggiamo in un altro passo: “E’ probabile che il mio cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche compiute durante il viaggio: lo dimostra una osservazione di mio padre… La prima volta che mi vide dopo il viaggio, si volse alle mie sorelle ed esclamò: ‘Guardate, gli è cambiata la forma della testa”. Darwin pensava che l’essere stato a riflettere sulla teoria dell’evoluzione per cinque anni l’avesse portato ad un’evoluzione della sua intelligenza, col risultato di una deformazione cranica! Questo potrebbe sembrare sconvolgente a chi deduce l’idea del nostro uomo dai manuali, non a chi invece è abituato a leggere le opere e a trovarvi affermazioni scientificamente sconcertanti.
Darwin diede poi una bella base a quelle che poi sarebbero state le ideologie razziste del XX secolo: tutti i più accaniti divulgatori darwinisti, da Ernst Haeckel a Cesare Lombroso, si adoprarono a dimostrare le varie superiorità razziali basandosi sui principi della frenologia e sulle ben note applicazioni sociali della selezione naturale, provando “scientificamente” la superiorità degli europei sulle altre popolazioni mondiali e giustificando le varie forme di colonialismo, prima, e nazionalismo, poi; per arrivare ai nazisti, che misuravano teste e arti degli indigeni durante le spedizioni in Tibet, alla ricerca dell’origine della razza ariana.
Un refrain che però viene proposto spesso a chi sottolinea il carattere apertamente razzista dell’opera di Darwin, è che queste siano soltanto strumentalizzazioni posteriori di personaggi che hanno confuso la sua eredità, mentre gli interessi originari dello scienziato erano di carattere esclusivamente biologico. Ma leggendo l’Origine dell’Uomo, scritta nel 1871, ci si può ben rendere conto che così non è. Qui troviamo un Darwin convinto dell’esistenza di una gerarchia tra le razze umane e favorevole all’eliminazione del più debole. Troviamo un Darwin che nega il diritto naturale e invoca un relativismo per cui la morale si sarebbe evoluta anch’essa attraverso la selezione naturale. Allora, la coscienza umana, evolvendosi per accidente, avrebbe potuto diventare di qualsiasi natura:
“Se per esempio, per prendere un caso estremo, gli uomini fossero allevati nelle stesse precise condizioni delle api, non v’è quasi alcun dubbio che le nostre femmine non maritate crederebbero, come le api operaie, loro sacro dovere uccidere i fratelli, e le madri tenterebbero di uccidere le figlie feconde; e nessuno penserebbe a opporsi”. Avete capito? Per Darwin l’omicidio non andrebbe valutato in quanto tale, ma in relazione all’utilità nella sopravvivenza del gruppo!
Palesemente contraddicendosi, afferma che le nazioni europee, dal punto di vista morale “superano smisuratamente i loro progenitori selvaggi e sono al vertice della civiltà”, quando sappiamo benissimo che l’evoluzione, proprio perché casuale, non ha direzione! Ma ancora più incredibilmente, continua dicendo che questo progresso morale richiede necessariamente la distruzione delle razze meno adatte da parte di quelle più avanzate. Inutile dire che queste pagine ebbero grande successo, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, tra tutti quegli intellettuali convinti della necessità di una particolare “igiene del mondo”.
Ma, evidentemente non contento di quello che già aveva scritto, troviamo la più sconcertante di tutte le affermazioni a pagina 207: “In un tempo avvenire, non molto lontano se misurato in secoli, le razze umane civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge. Nello stesso tempo le scimmie antropomorfe saranno senza dubbio sterminate. La lacuna tra l’uomo e i suoi più prossimi affini sarà allora più larga, perché invece di essere interposta tra il negro dell’Australia e il gorilla, sarà tra l’uomo in uno stato, speriamo, ancora più civile degli europei, e le scimmie inferiori come il babbuino”. Il senso è che gli scimpanzé, le scimmie antropomorfe, gli aborigeni australiani e i neri africani avranno vita breve a favore della razza europea.
Purtroppo, nella celebrazione della razza superiore, Darwin rileva un problema non da poco nella società occidentale rispetto a quelle primitive, ovvero lo stato che tutela i deboli a dispetto della razza: “Fra i selvaggi i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati; e quelli che sopravvivono godono in genere di un ottimo stato di salute. D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione; costruiamo ricoveri per gli incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; e i nostri medici usano la loro massima abilità per salvare la vita di chiunque fino all’ultimo momento. […] Così i membri deboli della società civile si riproducono. […] Dobbiamo perciò sopportare gli effetti indubbiamente deleteri della sopravvivenza dei deboli e della propagazione della loro stirpe”.
E il libro si conclude con l’apertura più grande alla politica eugenetica­: “I due sessi – conclude Darwin – dovrebbero star lontani dal matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo; ma queste speranze sono utopie, e non si realizzeranno mai, neppure in parte, finché le leggi dell’ereditarietà non saranno completamente conosciute. Chiunque coopererà a questo intento, renderà un buon servigio all’umanità”. Capito? Renderà un buon servigio all’umanità.
Ragazzi miei, contrariamente a quanto dice la vulgata, questo è Charles Darwin, 1871. Ma possiamo consolarci pensando che il capolavoro di Stevenson, Dr. Jekyll e Mr. Hyde, non sarebbe venuto alla luce senza l’idea di darwinismo sociale, senza quegli scimmioni o babbuini reperti da Jurassic Park nella striscia tra l’uomo e la scimmia.

I ragazzi che si amano
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore
Jacques Prevért